Impianti RFID sottopelle, grande potenziale ma molti dubbi etici

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Pare siano circa 50.000 le persone nel mondo ad avere un chip sottopelle. Il fenomeno potrebbe esplodere nei prossimi anni, con grandi benefici, ma il tema etico si fa pressante.

Secondo il Wall Street Journal sarebbero dalle 30.000 alle 50.000 le persone nel mondo ad aver un chip sottopelle, facendo luce su un fenomeno che nei prossimi anni, complice l’esplosione dell’Internet of Things, potrebbe assumere dimensioni molto più ampie.

Quando si parla di questi chip si fa riferimento ad impianti RFID che possono servire per molteplici scopi. Una persona ha dichiarato di usare il chip come badge per accedere al parcheggio, un’altra per aprire le porte di casa. Altri ci custodiscono informazioni personali o semplicemente il biglietto da visita.

Il numero di uomini e donne attratti  da questi oggetti  pare sia in costante crescita. Questi chip che vengono impiantati sottopelle sono dei cilindri di vetro grandi come un grano di riso che contengono un tag RFID e che vengono collocati appena sotto la pelle.

I primi audaci sperimentatori hanno dichiarato che questi impianti RFID sono estremamente comodi perché non devono essere trasportati e non hanno batterie da ricaricare. Inoltre non hanno funzioni proprie e per l’attivazione è sempre necessaria l’interazione con uno scanner.

Diverse persone usano il tag RFID per salvare contatti di emergenza, ma sono tante altre le potenzialità di questi chip impiantabili sottopelle anche nel campo della medicina. Difatti, secondo Kevin Warwick, vice cancelliere dell’Università di Coventry ed esperto di cibernetica, le persone che soffrono di epilessia indossano spesso ciondoli che li identificano come malati e su cui sono riportati contatti di emergenza e alcune informazioni di base su come intervenire in caso di attacco.

Il ciondolo però può andare perso o essere dimenticato, mentre un tag RFID no. Paramedici e primi soccorritori potrebbero essere addestrati a verificare la presenza del tag, magari segnalato da un piccolo tatuaggio. I tag potrebbero anche essere usati per accedere a cartelle cliniche costantemente aggiornate.

Altri esperti, invece, ritengono che i chip impiantabili verranno utilizzati in futuro soprattutto per effettuare pagamenti. Il problema, però, potrebbe essere la sicurezza dei dati: i tag RFID, infatti, non assicurano lo stesso livello di crittografia delle transazioni effettuate con metodi tradizionali. Pertanto, potrebbe essere molto più facile accedere ai dati senza consenso.

Ma l’ostacolo più grande alla diffusione dei chip sottopelle sarà sicuramente l’etica. Molte persone, infatti, non gradiscono affatto l’idea di farsi impiantare dei tag all’interno del proprio corpo, soprattutto se tali impianti possono essere correlati ad informazioni personali molto importanti. In più occorrerà affrontare il discorso dei minorenni.

Secondo l’opinione di Arianne Shahvisi della Brighton and sussex Medical School “l’uso dei tag sottopelle è eticamente accettabile per le persone che non riescono a tenere una chiave in mano a causa di un’artrite grave o perché hanno gli arti superiori amputati. Ma per le persone affette da demenza potrebbe essere u problema, perché il paziente potrebbe non essere in grado di dare il proprio consenso informato”.

La discussione è dunque aperta tra chi ritiene che il chip sottopelle sia uno “strumento di controllo finale” e tra coloro che, invece, lo ritengono una semplice evoluzione tecnologica, riconoscendo che la privacy sulle informazioni è già stata persa da un pezzo. Staremo a vedere come andrà a finire.


Fonte: https://www.tomshw.it/chip-sottopelle-grande-potenziale-ma-tanti-dubbi-etici-80124

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